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Tuesday, January 15, 2008

bellissimo articolo di speranza:No a patti sospetti e a leggi regionali su misura per pochi vale anche per il piemonte

http://www.articolo21.info/rassegne/generale03122007/Art_071203_28146_00042.htm



Sole 24 Ore, Il"Nella Sicilia dei tabù il silenzio è stato rotto"
Data: 03/12/2007
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Il Sole-24 Oresezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2007-12-02 - pag: 9autore:
Nella Sicilia dei tabù il silenzio è stato rotto
No a patti sospetti e a leggi regionali su misura per pochi
di Mariano Maugeri I l contadino che a Roccapalumba sale sul treno che va ad Agrigento per tre volte, a tre persone diverse, domanda se il treno va ad Agrigento. E per tre volte ottiene la stessa risposta: «Almeno». La terza volta la risposta viene addirittura dal ferroviere: e allora il contadino si rassegna al dubbio. Nessuno è certo che il treno vada ad Agrigento: pare che ci vada, così è scritto, così credono i viaggiatori e coloro che lo muovono; ma può anche finire a Trapani, a Messina, all'inferno.La metafora è tratta da Nero su Nero di Leonardo Sciascia. Il romanzo scritto nel '79 è un corpo a corpo contro l'accettazione dell'idea, che alla fine prevarrà, dell'Italia come Paese senza verità: dalla morte del bandito Giuliano all'affare Moro.A Caltanissetta,in questi giorni, di "almeno" se ne sentono tanti. Tanti quanti sono i sospiri, le battute taglienti, le ironie feroci, le afasie improvvise. Tutte forme verbali che esprimono un disorientamento, un tentativo disperato di prendere tempo di fronte alla brutalità con la quale gli industriali hanno sbattuto in faccia la loro verità.Il tabù si è sbriciolato grazie ai quarantenni con gli occhi limpidi e la coscienza immacolata, stufi di imbarazzati colpetti di tosse e convenienze di bottega. Quei giovani hanno ribaltato il tavolo perché l'economia è ammorbata da patti inconfessabili, leggi regionali incomprensibili per tanti e su misura per pochi (quella degli Ambiti territoriali ottimali per l'acqua e i rifiuti è un regalo a Cosa Nostra), una classe politica che flirta con chiunque abbia potere e denari in cambio di altro potere e denari. La paura di avere una linea e mettere in fila i fatti attanaglia i politici. E allora si può comprendere e solidarizzare con questi quarantenni secondo i quali Caltanissetta è mafiosa quanto Gela, Niscemi, Riesi, San Cataldo e tutti i paesi del Vallone, quelli unti dalla criminalità, dalla prepotenza di mafiosi e stiddari, la mafia dei pastori che si sono ribellati a Cosa Nostra. Solo che a Caltanissetta, come ha scandito il procuratore generale, la mafia ha scelto «l'inabissamento», una parola che sarebbe piaciuta a Sciascia.Ed è una questione eterna, tutta isolana, quella sulla supposta estraneità dei siciliani, di certi siciliani, al sentire mafioso. Ma non è una questione eterna e tantomeno siciliana se le aziende sane soffocano sotto una valanga di denari sporchi, bande di prestanome e usurai professionisti, gare truccate. Nessuno ha mai creduto che in un qualsiasi mercato potessero convivere le aziende trasparenti e quelle mafiose. L'azienda mafiosa è peggio del global warming: desertifica, corrode dall'interno i fondamenti dell'economia schumpeteriana. Piddu Madonia, il gran capo di Cosa Nostra, è stato creativo, adattabile e mimetico come le cellule cancerose che divorano un corpo sano. Il corpo sano, per fortuna, c'era e c'è.E a Caltanissetta ha nomi e cognomi illustri come quelli degli Averna, cinque generazioni di Amaro con l'ultimo esponente, Francesco Rosario, vicepresidente di Confindustria e consigliere incaricato per il Mezzogiorno, che in un convegno del 2002 raccontava la sindrome da soffocamento dell'equazione mafia uguale Sicilia: «Non vogliamo essere il Sud della mafia; come classe imprenditoriale ci sentiamo di affermare con forza di essere le prime vittime della criminalità e di chiedere nel Mezzogiorno un deciso rafforzamento delle capacità di controllo da parte dello Stato ». Ma si sente soffocato chi non si ribella, chi non si organizza, chi non reagisce. Ivan Lo Bello, Marco Venturi, Antonello Montante devono essersi sentiti come gli ebrei nel ghetto di Varsavia prima della rivolta: certi solo della loro fine.Con un ribaltamento dei ruoli pirandelliano che si consuma il giorno della condanna di Pietro Di Vincenzo, presidente degli industriali nisseni, per concorso esterno in associazione mafiosa. Se scopri che la finta vittima è un carnefice, alla vera vittima non rimane che un doppio stratagemma o la mossa del cavallo, come direbbe Camilleri. Annunciare che da quel giorno in avanti gli imprenditori collusi e che pagano il racket saranno considerati alla stessa stregua dei mafiosi. E aggiungere che in Sicilia lo Stato esiste e cammina sulla gambe di migliaia di magistrati, funzionari e poliziotti. Gli emulatori di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Boris Giuliano. Vivi, vegeti e liberi di affermare la più inalienabile delle leggi fondanti della civiltà: il diritto alla legalità.Un gesto che ha la potenza di uno scisma e l'urgenza di una rivolta teologica. Ivan Lo Bello, il presidente di Sicindustria, non è papa Wojtyla, ma quelle parole del primo settembre pronunciate in modo fermo e con un timbro di voce basso hanno trafitto la malacarne mafiosa come la scomunica che Giovanni Pa-olo II affidò al vento di scirocco che quel giorno di maggio del '93 soffiava su Agrigento: «Convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio». Ora, come allora, è più difficile alzare le spalle e dire: «Almeno...». E infatti a Caltanissetta chi pretende di conoscere come gira il mondo fa esercizio di sarcasmo: «Voglio vederle le code degli imprenditori in attesa di denunciare i mafiosi davanti le stazioni dei carabinieri».Quelle file non sono nel capoluogo, ma ottanta chilometri più in là, a Gela, un inferno che si mostra senza pudori: sguaiato,rumoroso ed eccessivo come dev'essere la sua rappresentazione. Crocetta sembra uscito dalla penna di Almodòvar ma la sua testa è lucidamente gramsciana: istintivamente attore, razionalmente teorico della legalità. Ex quadro giramondo dell'Eni, ha sfidato la mafia due volte, la prima come politico, la seconda - lui omosessuale dichiarato - frantumando il codice della virilità così caro al superomismo mafioso. Il presidente della Camera di commercio di Caltanissetta, Marco Venturi, sussurra: «Nei momenti più difficili con Antonello e Ivan ci ripetevamo: se ce l'ha fatta Crocetta, possiamo riuscirci anche noi».Crocetta ce l'ha fatta imponendo nel 2003 la «clausola preventiva antimafia» inventata da lui stesso, che ha messo fuori gioco tutte le aziende dell'indotto del petrolchimico di Gela, comprese quelle del boss Madonia. Il sindaco non si fida neppure del suo occhio clinico: «Cerco sempre la luce negli occhi di chi mi sta di fronte. Ma ho imparato a diffidare di me stesso e ancor di più delle certezze lombrosiane. Quando incontro qualcuno che non conosco, gli raccomando solo una cosa: porta con te lo stato di famiglia». Le poche ore libere delle sue giornate, il sindaco le passa rileggendo L'assediodi Numanzia diCervantes ( «le somiglianze con Gela sono impressionanti»), il suo breviario laico, e le pagine monumentali degli atti scaturiti dalle due più grandi operazioni antimafia del nisseno: «Tagli pregiati» e «Grande Oriente».Per capire quanta fatica faranno Crocetta e i suoi alleati imprenditori a trascinare il resto del popolo siciliano nella loro trincea, ci si deve infilare dentro un rettangolo di cemento chiamato Palazzo di Giustizia, con i corridoi come solai disseminati di stampanti obsolete, sedie senza ruote, scrivanie capovolte.Dentro una delle tante porte di finta noce siede un uomo piccolo di statura con due occhi allenati a indagare chi si trova di fronte. Renato Di Natale, procuratore aggiunto della distrettuale antimafia di Caltanissetta, è un nisseno purosangue. In trent'anni ha ricoperto ruoli delicatissimi. Giudice del processo contro gli assassini di Paolo Borsellino, inquirente per la strage di Capaci, fu lui a inquisire gli assassini di Rosario Livatino, il giudice ragazzino che fu pure suo uditore a inizio carriera. E non ha mai dimenticato la testimonianza cruciale che rese un rappresentante di commercio del Nord Italia, «Nava Pietro Ivano», come lo chiama il giudice, che incrociò i killer sulla strada statale tra Agrigento e Caltanissetta e li denunciò. «Per la giustizia ha rovinato la sua vita», ricorda con commozione il procuratore. Quanti suoi concittadini renderebbero la stessa testimonianza, gli chiediamo? Un pudore istintivo suggerisce a Di Natale di abbassare prima la voce e poi lo sguardo, come se la confessione che sta per pronunciare ferisse lui prima di tutti: «Nessuno che io conosca».mariano.maugeri@ilsole24ore.com

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